[Di Miramondi Ernesto]
Palestina cronaca di un popolo che scompare

[L’ELEFANTE NELLA STANZA- tratto da foto con licenza CC0]
Praticamente non esiste, è l’invisibile elefante racchiuso in una stanza.
Nelle narrazioni scompare, perde densità, si eclissa.
Tutt’al più si parla in forma generica di arabi, null’altro che di una lingua, perché, intendiamoci, l’arabo non è un popolo ma una lingua.
Facile equazione da far digerire al mondo intero e agli stessi israeliani dire di essere circondati da migliaia di arabi più o meno ostili, e per conseguenza invocare il diritto all’autodifesa.
Mantenere forte la narrazione di sentirsi pervasi da una costante minaccia generata da migliaia di locuste imperscrutabili, un bau-bau famelico, un cancro che minaccia la pace e la tranquillità di ogni singolo cittadino che, per conseguenza, è costretto a mantenersi sempre soldato vigile.
Non è che una narrazione ma deve aver fatto davvero una grande presa sulla maggioranza degli israeliani perché altrimenti non si spiegherebbe davvero l’alto consenso dei molti, che potremmo per molti aspetti definire persone normali, a quanto sta avvenendo nei territori palestinesi.
Non si spiegherebbe la totale assenza della benché minima considerazione sulle migliaia di bambini trucidati, sulle intere famiglie inermi colpite dalla pulizia etnica.
Non una parola; i bambini, le famiglie palestinesi non hanno nomi né luoghi di appartenenza.
Non hanno faccia, né sangue né dolore umano. Si enfatizza e si parla solo del dolore di vite israeliane spezzate, colpite da un nemico indefinito, il male assoluto.
Solo una narrazione certo!
Un mantra ripetuto per ridurre al silenzio l’opposizione interna e a giustifica propagandistica dell’operato omicida che continua incessante. Una narrazione estremamente funzionale alle mire espansioniste sioniste perché spersonalizza un popolo, lo rende massa indistinta e giustifica il lavoro di “necessaria bonifica” per rendere più sicuri Israele e i territori occupati.
E denunciare le malefatte di Israele, le continue violazioni del diritto internazionale in chiave genocidaria equivale immediatamente ad essere tacciati di antisemitismo.
Una narrazione del potere sionista così ben orchestrata da riuscire a creare un muro tra l’opinione pubblica israeliana e le popolazioni circostanti, composte a loro dire da “un pericoloso magma di arabi”.
Una narrazione esportata in molte comunità della diaspora ebraica, filosioniste, in perenne pretestuosa accusa contro gente inerme. Così da poter compiere scempio con la scusa di doversi difendere. Il dialogo è bandito così che non diventi di dominio pubblico constatare che chi è dall’altra parte della strada non è un animale feroce, da estirpare, ma un essere umano che prova le stesse emozioni, lo stesso dolore per la morte di un figlio o di un fratello.
Nessun ponte tra le parti è mai incentivato ma quando questo avviene allora accadono veri miracoli di solidarietà.
Pochi purtroppo.
Un filo di menzogne a partire dall’elefante nella stanza, che, seppur di lingua araba come tutte le popolazioni nella regione, ha una sua precisa identità di popolo radicata nel territorio dove è nato e dove sono nati i suoi avi: la Palestina.
Un popolo le cui radici si perdono nella notte dei tempi, in quella terra che poco per volta gli è stata sottratta, e che tenta di sopravvivere nonostante sia costante, infinita, la catena di azione di logoramento compiuta con omicidi, torture e angherie di ogni genere.
Si vuol determinare la sua cancellazione nella memoria prima ancora che fisica; si distruggono le infrastrutture, le città e con esse le scuole, le università, l’architettura.
Ci si appropria, negandone l’origine, dei prodotti della terra, delle usanze e dei costumi e di tutti i simboli che riconducono ad un popolo. Eppure, oltre le distruzioni che cambiano il volto del paesaggio, è ancora straordinariamente Palestina.
Lo è per la resilienza e l’amore di un popolo per la sua terra, il suo legame profondo, ancestrale. Un legame non di possesso ma di assoluto rispetto.
Scrive Sarah Ali narrando del padre e degli ulivi:
“Tra mio padre e la sua Terra c’è un legame indistruttibile. Tra i palestinesi e la loro Terra c’è un legame indistruttibile. Sradicando le piante e tagliando gli alberi in continuazione, Israele prova a spezzare quel legame e a imporre le sue regole di disperazione sui palestinesi.
Ripiantando i loro alberi ancora e ancora, i palestinesi rifiutano le regole di Israele“.
E poi ancora:
“Che un soldato israeliano possa abbattere 189 alberi di ulivo sulla terra che egli sostiene essere parte della ‘Terra donata da Dio’ è una ‘cosa che non riuscirò mai a capire’. Non ha considerato la possibilità che Dio si possa arrabbiare? Non si è reso conto che quello che stava distruggendo era un albero? Se mai venisse inventato un bulldozer palestinese (lo so!) e mi fosse data la possibilità di trovarmi in un frutteto, ad esempio ad Haifa, non sradicherei mai un albero piantato da un israeliano. Nessun palestinese lo farebbe. Per i palestinesi l’albero è sacro, così come la terra che lo ospita”.
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